Scrivere per la carta VS scrivere per la voce

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Ascolto molta radio da sempre ma oltre la musica mi appassionano tutte le componenti parlate: approfondimenti, trasmissioni tematiche ma anche sceneggiati e radiodrammi (piuttosto rari ultimamente).

Fino a poco tempo fa conoscevo il mondo dei podcast solo come estensione digitale delle comuni trasmissioni radiofoniche, come archivio al quale attingere per recuperare palinsesti perduti. Poi grazie alla mia collaborazione con Fortune per la realizzazione della serie podcast La Casa nella Notte ho scoperto un mondo decisamente più vasto.

Più che un mondo, un intero universo.

E l’ho scoperto proprio scrivendo una storia che fosse diffondibile attraverso il podcast: perciò qualcosa scritto appositamente con una struttura a puntate, che potesse avvalersi di tutte le tecniche che il mondo del podcast offre per trasformare una comune esperienza narrativa in qualcosa di più.

Il vengo dal mondo della scrittura canonica (se si può definire canonica la scrittura): articoli, recensioni, racconti più o meno brevi e romanzi perciò il passaggio a una scrittura simile ma molto diversa è stato davvero stimolante.

Quali sono le differenze tra qualcosa che può essere letto rispetto a qualcosa che può essere ascoltato? E cosa ditingue un normale racconto (o romanzo) da una serie podcast a puntate?

La prima e meno insidiosa differenza riguarda la vera e propria struttura della storia ma se ci si è fatti un po’ di ossa con le serie tv la logica narrativa è abbastanza intuitiva: ogni puntata deve finire con quello che in gergo si definisce cliffhanger, cioè un momento di tensione che spinga chi ascolta a desiderare la puntata successiva. In realtà anche nella comune scrittura si utilizza questo espediente ma qui deve essere reiterato, riproposto e credibile al tempo stesso.

Ci sono poi altre cose a cui prestare attenzione, cose decisamente più subdole che difficilmente chi non ha mai scritto per il podcast prende considerazione da subito. Per esempio assemblare una storia che preveda l’utilizzo di costanti, interessanti, forti e ben strutturati effetti audio (qui un terzo della responsabilità è dello scrittore, gli restanti due terzi di professionisti come quelli di ForTune in grado di trasformare un’idea in suono).

L’esperienza di ascolto – attenzione, non stiamo parlando di audiolibri ma di qualcosa di ben più articolato – deve essere pervasiva. La scrittura deve offrire solidi appigli a chi si occupa del suono, deve lasciare spazio a fantasia e proporre spunti narrativi: cigolii, atmosfere, suoni inquietanti ma anche i rumori della vita comune, tutto innestato in modo armonico nella logica della storia e non ficcato nella trama con tanta violenza da deformare l’equlibrio del racconto.

Poi bisogna prestare attenzione a come si affrontano i dialoghi: una serie podcast può essere interpretata in alcue sue componenti perciò inutile specificare nella scrittura il tono di voce quando chi recita/interpreta già arricchisce la narrazione con la sua capacità. Stessa cosa per i tanti ‘disse’, ‘ripose’, ‘domandò’ che di norma invece sono indispensabili nella normale scrittura.

Ultima e davvero insidiosa differenza di cui posso parlarvi riguarda il modo con cui si fruisce di un podcast rispetto alla normale lettura di chi legge un racconto o un romanzo. Scrivere periodi complessi, accostare parole lunghe e complicate, scegliere nomi simili o che hanno suoni simili è confezionare un piccolo inferno per chi viene dopo di voi che avete scritto.

Leggere con la mente è un conto, ascoltare è tutt’altra cosa e quelle difformità superabili in una canonica fruizione di un testo diventano stridori che saltano all’occhio, anzi all’orecchio.

Detto questo, scrivere per il podcast è davvero molto, molto bello. Prima di tutto perché ci si ritrova a condividere con altri (nel mio caso bravissimi professionisti) una forma d’arte che di solito è piuttosto solitaria.
E poi perché permette di trasformare un testo in un’esperienza più vasta: lo arricchisce di suoni, suggestioni e voci.

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