Perchè un podcast??

perchè podcast

Già, perché fare un podcast?

Provo a dare la “mia” risposta. E’ personale, sì, ma qualche spunto utile credo si possa trovare nella mia esperienza, come sempre accade quando si viene a conoscenza di una storia.

Sono un ex-Direttore del personale che un giorno ha deciso di lasciare il  mondo delle aziende per mettersi veramente dalla parte delle persone e non tradire una scelta fatta tanto tempo fa seguendo una convinzione:

che ogni persona abbia in sé le risorse per raggiungere la sua “massima possibilità” e la storia del mondo e della tecnologia lo dimostrano certo meglio di quanto io possa dire.

Questo, da un punto di vista professionale, per qualcuno può significare avviare una propria impresa, per altri cambiare lavoro, cambiare azienda, per altri ancora fare in modo diverso e migliore il lavoro che sta facendo. Molto spesso, tuttavia, le persone sono bloccate perché ciò che manca loro sono gli strumenti, le strategie, il “come” realizzare un progetto, attivare un cambiamento e gestirlo.E questo è ancora più vero di questi tempi in cui l’Intelligenza Artificiale promette di stravolgere il mondo come lo conosciamo e dove quindi la parola  “employability” – ovvero “impiegabilità” – diventa un concetto fondamentale: sviluppare costantemente la propria professionalità per rispondere in modo sempre efficace ai cambiamenti dell’ambiente, del contesto, del mondo, senza rischiare di essere messi fuori dal mercato.

La prima volta che ne sentii parlare fu in un seminario organizzato dall’azienda in cui lavoravo circa 15 anni fa: non se ne fece nulla. Non erano i tempi giusti? Forse, o forse non era un interesse aziendale.

Questo conflitto fra interesse delle persone e interesse dell’azienda si è allargato rispetto ad allora: all’interno del mondo delle aziende, come direttore del personale, mi sono trovata spesso a mediare fra l’interesse individuale e l’interesse aziendale facendo prevalere quest’ultimo perché l’azienda deve rimanere sul mercato garantendo così che vi restino tutte le persone che in essa vi lavorano.

Se l’interesse aziendale è legittimo non c’è nulla di male che alle persone venga chiesto un sacrificio e spesso esse lo comprendono, ma purtroppo spesso ho visto invocare – e talvolta mi è stato imposto di farlo – questo interesse “superiore” in modo strumentale e alla fine contrario a quello delle persone.

Non volevo più mettere le mie competenze al servizio di un’azienda, volevo uscire da queste dinamiche, non volevo più dover essere costretta ad incidere negativamente sulla vita di altre persone.

E per dirla tutta non volevo più lavorare per il sogno di altri, ma per il mio che è quello appunto di supportare le persone nel determinare il proprio destino. Perché siamo veramente nel periodo dell’abbondanza: la tecnologia davvero consente alle persone di raggiungere la loro “massima possibilità”. Per non parlare del fatto che agli individui viene sempre più chiesto di essere freelance ovvero imprenditore di se stessi e quindi quel concetto di impiegabilità diventa estremamente importante perché su di esso si basa la sopravvivenza di un’”impresa-persona”.

Volevo perseguire questa mia “missione” e metto il termine fra virgolette perché non vorrei usare in modo improprio una parola così importante, ma è quello che sento di dover fare e che posso fare, visti gli anni – potrei dire i decenni – di ricerca e apprendimenti che posso condividere nella mia attuale professione di consulente di management nonché di career e business coach.

Per avviare questa attività ho contato, e conto tutt’ora, sul mio network professionale, ma mi sono anche data l’obiettivo di ampliarlo e di raggiungere un numero maggiore di persone rispetto a quanto è possibile fare nella vita reale. Internet consente di farlo: con un sito, con un blog, una pagina su Facebook o su Linkedin –  tutte piattaforme in cui io sono comunque presente – ma poi ho deciso di fare un podcast, che si chiama “Lavoro Meglio”, e di renderlo il perno di tutto.

In questi anni sono arrivata a fare anche 70000 km all’anno in macchina: questo significava a volte passare anche quattro ore al giorno in auto, se trovavo – e spesso le trovavo – code e interruzioni varie. Odiavo l’idea di sprecare tutto questo tempo. Mi hanno salvato i podcast. Ne ho ascoltati tantissimi: puntate di trasmissioni radiofoniche che non potevo seguire in diretta, podcast relativi alle mie passioni – scrivere, fotografare e la storia – ma anche podcast che mi potevano essere utili per eventuali azioni di marketing perché avevo già in mente di diventare freelance e quindi di dover gestire la mia “impresa-persona”.

E’ così che ho sperimentato la potenza del podcast.

Se guardo un video o un film sono costretta a rimanere con gli occhi su quel video o su quel film e non posso fare altro: non posso certo guidare, fare le pulizie di casa, correre sul tapis roulant, fare una passeggiata o togliere la ruggine dalla ringhiera del mio cancello. Ma durante queste attività posso ascoltare un podcast.

I podcast sono diffusissimi negli Stati Uniti e come sempre l’onda arriverà anche da noi e quindi scopriremo uno strumento molto più fruibile di un video all’interno di un mondo, quello di internet, che sta diventando vocale. A Natale sono state massicce le vendite degli assistenti vocali come Amazon Alexia o Google Home; io stessa ho cominciato ad usare il mio cellulare con l’assistente vocale di Google e prendo appunti su Telegram dove è possibile salvare messaggi vocali.

Ma c’è molto di più.

Se io guardo un video o un film, guardo ciò che altri vogliono che io veda, ma se ascolto un podcast è la mia mente che costruisce mondi.

Quando ascoltavo audiolibri che narravano vicende storiche io vedevo immagini nella mia mente. Come quando leggo un libro. Sono le parole, scritte o ascoltate, che innescano l’immaginazione che è un elemento potentissimo del nostro cervello. E ciò accade anche se ascolto podcast tecnici, di fotografia, di marketing, di business. Certo non vedo un film nella mia mente, ma è sempre la mia immaginazione che lavora e così scattano analogie, si concretizzano riflessioni, appaiono idee.

A me è successo e succede tuttora. E sono idee che guidano la realizzazione del mio podcast e che concretizzo nella mia attività imprenditoriale.

Grazie all’immaginazione, una delle facoltà più potenti del nostro cervello: è perché siamo in grado di immaginare che progrediamo, è solo perché siamo capaci di immaginare soluzioni a problemi che gli esseri umani hanno realizzato lo straordinario progresso che si è avuto da quando l’umanità è apparsa su questa Terra. Questo credo che sia l’elemento più potente sul quale podcast riesce a fare leva per far arrivare la nostra voce e ciò che abbiamo da condividere ad altre persone.

E credo anche che ognuno di noi abbia qualcosa da dire nell’ambito di una sua passione, della sua professione, di quella che può essere una sua “missione”.
Se il mio podcast fosse ascoltato anche da una sola persona io ne sarei felice, perché tempo fa lessi una frase del Talmud che ripeto con grandissimo rispetto perché è stata detta per atti di estremo coraggio ed è questa:


“Chi salva una vita salva il mondo intero”.

Parafrasando, quindi, chi fa stare meglio una persona perché lavora meglio o perché sperimenta una sua crescita personale, o perché risolve un suo problema, o gode ancora di più di una sua passione,  fa stare meglio il mondo intero. Cioè tutti noi.

P.S.: c’è anche una motivazione molto personale, e molto emotiva, per cui ho deciso di fare un podcast, ma questa è una storia che ho raccontato nella puntata 14 di “Lavoro Meglio”…

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